classe_alternativa

Controscuola.it è un blog che parla principalmente di Homeschooling, non sorprende però che esso venga seguito non solo da genitori, ma anche da molti insegnanti sia della scuola pubblica che privata. Infatti, ricevo svariate email da educatori insoddisfatti del proprio lavoro, talvolta addirittura al limite della sopportazione personale, oppure in preda a un pericoloso burn-out.

Il sistema scuola avvelena tanto gli alunni quanto gli insegnanti, entrambi vittime e carnefici allo stesso tempo. Non è un caso infatti che molti dei genitori che scelgono l’HS per i propri figli lavorino nel contesto scolastico. Proprio perché consapevoli del “dietro le quinte” della scuola, preferiscono dare un’opportunità alternativa ai propri cari.

Tra le mamme che conosco e che frequentano il Network www.educazioneparentale.org mi ha sempre colpito Maria A., un’insegnante di inglese alle scuole superiori e mamma di un giovane homeschooler. Maria è sempre stata molto attenta al contesto scolastico odierno e, nonostante le forti critiche, porta avanti una grande rivoluzione dall’interno. E’ una donna solare e propositiva, quanto realista e concreta. Il suo motto è “Insegnare in modo alternativo si può” e ho quindi pensato di chiederle quali dritte avesse da dare a coloro che sono ancora “intrappolati” – per necessità o scelta – nel sistema scolastico tradizionale. Il risultato è stato ottimo e sicuramente utilissimo, buona lettura.

 

  • Amare i propri alunni:

    sì anche quelli che parlano, che utilizzano di nascosto il cellulare e quelli che chiedono di andare in bagno e tornano dopo mezz’ora. Si stanno annoiando e la vostra lezione non è abbastanza interessante o coinvolgente. Imparate a conoscerli, a conoscere le loro storie famigliari, fate loro dei complimenti, ma soprattutto entrate in classe e sorridete sempre, guardateli negli occhi, toccateli su una spalla, un braccio, create un contatto, girate per l’aula, non inchiodatevi alla cattedra. Non credo assolutamente che per farsi rispettare si debba tenere le distanze, fisiche e verbali. I miei alunni li chiamo tutti per nome o per soprannome e non certo per cognome, giro per l’aula tutto il tempo, loro mi sentono fisicamente, sto partecipando con loro allo stesso percorso di vita, siamo nella stessa barca. Per ogni classe creo un gruppo facebook e un gruppo su whatsapp. Se ci sono problemi possiamo comunicare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Si possono condividere le cose belle e brutte, inoltre per i miei laboratori chiedo sempre suggerimenti, consigli, proposte…

  • Essere alternativi e creativi:

    seguire i percorsi ministeriali quanto basta per non essere cacciati dalla scuola. Creare laboratori, inventarsi lezioni, esulare dal programma, proporre fattivamente delle lezioni in modo da fissare i ricordi (la teoria non basta mai ed è noiosa), teatralizzare le materie. Insegno inglese all’ultimo biennio delle superiori, ovvio per me è più facile perché siamo bombardati dall’inglese dilagante. Faccio degli esempi: mostrare video di Peppa Pig; creare un libro in inglese per bambini di 3 anni seguendo i parametri di Glenn Doman; portarli fuori in un parco a leggere un libro in inglese (senza dare voto, solo per il piacere della lettura); far imparare a memoria le nursery rhymes con relativa mimica e cantarli tutti insieme; fotocopiare delle pagine dai libri di Keri Smith e distribuirli in classe, ognuno dovrà svolgere la consegna divertente che gli è stata data; consegnare il testo di una delle loro canzoni preferite a cui mancano delle parole e far loro ascoltare più volte la canzone in modo che riescano a completarla; far fare loro dei video sul cellulare di canzoni teatralizzandole (l’anno scorso ho scelto ‘Let it go’ del cartone animato Frozen e ci siamo rotolati dalle risate); creare su cartoncino una pubblicità ritagliando le parole in inglese e le immagini dalle riviste; entrare in classe e fare loro una lezione sulla felicità (paura/morte/amore) e sentire le loro impressioni; far fare una presentazione sul computer di se stessi con foto, musiche, video (potrebbe servire anche per un futuro lavoro); portare in classe dei giochi (a Londra ne ho comprati di belli), Hedbanz/ what’s up?, yes no, don’t say it, pictionary….

  • Non darsi target:

    personalmente eliminerei i voti, inutili e frustranti, ma a quanto pare è difficile far capire ai docenti, ai presidi, ma anche ai ragazzi che i voti non servono. Gli studenti devono studiare per se stessi e non per il voto, perché loro non sono un voto, ma esseri umani stupendi! “Ti piace vincere facile?” Il mio range di voti va dal 4 al 10 (ora capite perché sono ipercriticata dai colleghi) e molte volte entro in classe e dico che darò 10 a prescindere da quello che faranno e inizio un lavoro: i ragazzi si rilassano, tanto sanno che hanno preso un voto incredibile in partenza, e si possono impegnare in quello che stanno facendo senza ansia, stress e competizione. Starete pensando che non è giusto, che sicuramente i ragazzi se ne fregano e non fanno nulla… dipende da come avete impostato il vostro rapporto. Gli studenti, se stimano un docente, se sentono di essere amati per quello che sono e non per le loro performance, vi danno l’anima. Non sentitevi frustrati perché rispetto al programma ministeriale siete indietro, pensate solo a seminare, a donare. Siate attivi. Non ho mai avuto problemi a tenere una classe e a lavorare sodo, odio le classi di piante grasse di alunni fermi e zitti che studiano la lezioncina a memoria, amo gli studenti casinari e vivaci che hanno voglia di fare, cantare, ballare, mettersi in gioco. Questi ultimi saranno quelli che realizzeranno veramente qualcosa nella vita. Non mi servono primi della classe, perché per me sono tutti al top!

Scuola Alternativa

  • Imparare ad ascoltare:

    noi docenti siamo così impegnati a svolgere la lezioncina frontale che ci dimentichiamo di avere di fronte 30 ragazzi intelligenti. Proponete un tema e chiedete a tutti cosa ne pensano, cosa sanno già di questo argomento, se interessa loro, se hanno già delle esperienze personali… Ascoltateli! Ricordatevi ciò che vi hanno raccontato, solo così imparerete veramente a conoscerli e ad amarli. Non sono delle teste vuote da riempire, ma delle teste piene, ricche, brillanti che hanno bisogno solo di imparare i metodi di studio e di ricerca. Noi docenti dovremmo solo accompagnarli per mano con amore. Lo so, non è facile, è più semplice far aprire il libro, spiegare la lezione, far prendere appunti, scrivere alla lavagna…. Perché non chiedete ai ragazzi a gruppetti di studiare a casa una lezione e di presentarla alla classe? State seduti nei banchi e mettete loro alla cattedra: rimmarrete strabiliati dai risultati!

  • Non dare compiti:

    mai dati compiti, né durante l’anno né tantomeno durante le vacanze. Non servono e i ragazzi non si riposano e ricaricano le energie. Lavorate tanto in classe, certo a casa dovranno studiare, ma i compiti si fanno in classe, così chi non ha capito può essere seguito personalmente dal docente. Gli studenti se hanno capito una cosa non hanno bisogno di riprenderla e fissarla a casa con tremila esercizi uguali e noiosi. E se non l’hanno capita non è facendo i compiti che la capiranno: la lampadina si deve accendere in classe. Quante volte mi è capitato di sentire ‘Finalmente ho capito!’. Che bello! Che soddisfazione, lì in classe, con me!

  • Assegnare lavori a gruppi:

    sono contro la competizione e a favore della collaborazione. Se si eliminassero i voti i gruppi di studenti lavorerebbero in modo più creativo ed intelligente. Non avrebbero paura del brutto voto, sarebbero più uniti, e non eliminerebbero i ragazzi disabili o considerati meno preparati. Tutti per uno, uno per tutti! E si andrebbero a risolvere tanti problemi di bullismo.

  • Sviluppare i talenti dei ragazzi:

    tutti hanno dei talenti e delle passioni, basta saperle portare in superficie e svilupparle all’ennesima potenza. Quante volte all’inizio dell’anno mi hanno detto che non amavano l’inglese e non capivano niente! Racconto loro che anche a me faceva schifo, ma che ero testarda e volevo impararlo, perché sapevo che mi avrebbe permesso di girare il mondo, la mia passione. E per empatia inizio a raccontare di me, poi li coinvolgo e ascolto loro, i loro sogni, le loro passioni, i loro desideri, gli occhi si illuminano, l’interesse cresce, l’ora vola e suona la campanella! Ora so come coinvolgere ognuno di loro, partendo dalle loro passioni. Molte volte finita la lezione, in sala professori mi segno tutto quello che mi hanno raccontato, il mio lavoro inizia da lì.

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