La vera “perdita” non è restare indietro, ma smettere di fidarsi di come si apprende
A cura di Erika Di Martino

La vera “perdita” non è restare indietro, ma smettere di fidarsi di come si apprende. È di nuovo tempo di INVALSI, per gli studenti a scuola e per gli homeschooler che si preparano agli esami di Stato. Tra test, allarmismi e continui tentativi di recupero, il dibattito sulla cosiddetta learning loss ha messo in luce soprattutto una cosa: non tutto ciò che conta nell’apprendimento passa dalla scuola, e non tutto ciò che passa dalla scuola lascia davvero traccia.
C’è una scena che moltissimi genitori conoscono bene. Un bambino prende un brutto voto in matematica, oppure sembra “indietro” in grammatica, e improvvisamente intorno a lui si attiva una macchina fatta di preoccupazioni, etichette, recuperi, ripetizioni, diagnosi implicite. Come se imparare fosse una linea retta. Come se ogni deviazione fosse una perdita. Come se crescere significasse semplicemente non uscire mai dal binario.
Durante gli anni della pandemia questa paura è esplosa, e ancora oggi continua a essere presente. La cosiddetta learning loss è diventata un’espressione ricorrente: mesi persi, competenze mancanti, generazioni in ritardo. Ma dietro questa formula apparentemente neutra si nasconde una domanda molto più profonda: che cosa intendiamo davvero per “apprendimento”? E soprattutto, chi stabilisce quando qualcosa è stato perso?
Come homeschooler, educatori e genitori lo osserviamo da tempo: gran parte di ciò che viene definito perdita di apprendimento è in realtà perdita di allineamento al programma. E non è la stessa cosa. Un bambino può allontanarsi per mesi dal curriculum scolastico standard e continuare a sviluppare linguaggio, pensiero, capacità relazionali, curiosità, autonomia, immaginazione, senso critico. Può persino imparare meglio, perché lo fa dentro un contesto vivo, significativo, legato alla realtà.
John Holt lo aveva intuito già decenni fa. In How Children Fail descriveva il fallimento scolastico non come incapacità dei bambini, ma come effetto di paura, noia e confusione generate dall’ambiente stesso. I bambini non smettono di imparare perché non sono capaci: spesso smettono di mostrarsi capaci perché si adattano a un sistema che li rende guardinghi, performativi, difensivi. In How Children Learn andava ancora più in profondità: il punto non è riempire i bambini di istruzioni, ma fidarsi del fatto che l’essere umano apprende in modo naturale quando ciò che incontra ha senso per lui. “Trust children” non è uno slogan romantico: è una sfida educativa concreta.
Questo cambia completamente la prospettiva sulla presunta perdita. Perché se l’apprendimento non coincide con la sola istruzione formale, allora non tutto ciò che non viene insegnato in classe è davvero perso. E, al contrario, non tutto ciò che viene “coperto” dal programma è davvero acquisito.
La scuola contemporanea continua però a misurare l’apprendimento soprattutto attraverso test, verifiche, standard, confronti. È una logica che rassicura l’istituzione, ma spesso tradisce l’esperienza reale dei bambini. Da anni sappiamo che moltissimi studenti imparano in funzione della prova e dimenticano subito dopo. Holt lo osservava già negli anni Sessanta, e questo meccanismo non è affatto scomparso: semmai si è irrigidito. Così si finisce per confondere la prestazione con la comprensione, la conformità con la competenza, la velocità con la maturazione.
A questo si aggiunge un’altra distorsione: l’idea che ogni lacuna debba essere colmata subito, nello stesso modo e per tutti. Ma tutti abbiamo lacune. Le hanno gli studenti brillanti e quelli in difficoltà. Le hanno gli adulti, i professionisti, i genitori. Nessuno impara tutto nello stesso tempo, né nello stesso ordine, né con la stessa intensità. L’apprendimento reale è irregolare, incarnato, spesso discontinuo. Procede per immersioni, ritorni, salti, soste, intuizioni. È molto più simile alla vita che a un registro di classe.
Facendo homeschooling con i miei figli, ho capito che uno degli ostacoli più profondi non è la didattica, ma l’idea interiorizzata che si impari solo quando qualcuno certifica che lo stai facendo. È qui che il deschooling diventa fondamentale, non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Nel mio libro Homeschooling. L’educazione parentale in Italia emerge con chiarezza quanto il problema della socialità, del tempo, dei costi e perfino della “normalità” pesi sulle famiglie, ma emerge anche un altro dato essenziale: l’educazione parentale apre uno spazio in cui l’apprendimento può tornare a intrecciarsi con la vita reale, con i ritmi personali, con il mondo e con le relazioni.
Questo non significa negare le difficoltà. Significa smettere di interpretarle automaticamente come difetti del bambino. Troppo spesso il sistema attribuisce allo studente il fallimento di un impianto che resta rigido nei tempi, nelle modalità e nei criteri di valutazione. Se un ragazzo non regge il ritmo, viene considerato fragile. Se non apprende nel modo previsto, viene considerato carente. Se eccelle fuori dai parametri, spesso non viene nemmeno visto.
Eppure basta osservare la vita per rendersi conto di quanto questa lettura sia limitante. Ci sono adolescenti che faticano in algebra e mostrano una sensibilità artistica straordinaria. Ragazzi che non brillano nei compiti scritti ma sanno costruire, mediare, progettare, orientarsi nelle relazioni. Giovani che scoprono tardi una materia decisiva e, proprio perché la incontrano nel momento giusto, la apprendono con una rapidità sorprendente.
Il punto, allora, non è chiedersi come far recuperare ai bambini ciò che hanno perso rispetto al programma. Il punto è chiedersi quante energie sottraiamo al loro sviluppo quando li costringiamo a misurarsi sempre a partire dalle loro debolezze. Perché continuiamo a organizzare l’educazione come una correzione permanente delle mancanze, invece che come un’espansione dei talenti?
Questa impostazione ha conseguenze profonde. Produce ansia, dipendenza dal giudizio, sfiducia nelle proprie intuizioni. E produce anche un impoverimento collettivo, perché una comunità che educa solo alla conformità perde creatività, intraprendenza, pluralità di sguardi.
Per questo è importante guardare con attenzione alle alternative che già esistono. L’apprendimento all’aperto, le comunità educanti, le esperienze condivise tra famiglie, i progetti sul territorio, gli spazi vissuti nella natura: non sono attività “extra”. Sono contesti educativi reali, in cui i bambini esercitano osservazione, linguaggio, autonomia, cooperazione. Luoghi in cui il sapere prende forma dentro esperienze che hanno senso.
La vera occasione che ci ha lasciato la pandemia non è stata scoprire che i bambini rischiano di “perdere” qualcosa se escono dal percorso standard. È stata vedere, spesso per la prima volta, quanto imparano anche fuori da esso. Molti genitori hanno osservato i propri figli nel mondo reale: cucinare, costruire, leggere per interesse, fare domande autentiche, creare, annoiarsi, inventare. Hanno visto che l’apprendimento non si accende solo davanti a una lezione, ma dentro una relazione viva con la realtà.
Forse, allora, la domanda giusta non è: “Come recuperiamo ciò che la scuola dice che è stato perso?”
La domanda giusta è un’altra: quanta parte dell’apprendimento più vivo, più profondo, più trasformativo abbiamo smesso di vedere solo perché non entra in un test?
Se abbiamo il coraggio di porci davvero questa domanda, non stiamo uscendo dall’educazione. Ci stiamo finalmente entrando.
