«Io non leggo… ma tutti gli altri sì»
A cura di Erika Di Martino

Lettura, sviluppo, identità e fiducia nel percorso di homeschooling
Ci sono frasi che i bambini pronunciano quasi distrattamente e che, invece, negli adulti aprono un vuoto. Non perché siano allarmanti in sé, ma perché toccano una paura profonda, spesso già presente ma mai nominata.
«Io non leggo… ma tutti gli altri sì.»
Questa frase viene spesso interpretata come un problema di apprendimento.
In realtà, è prima di tutto una frase identitaria.
Non parla solo di lettura. Parla di confronto, di appartenenza, di percezione di sé dentro un mondo che misura, classifica, anticipa e per questo non può essere affrontato come si affronta una difficoltà didattica. Va ascoltata come si ascolta una domanda esistenziale.
La lettura come simbolo, non come causa
Quando un bambino dice di non leggere “come gli altri”, non sta chiedendo un metodo migliore. Sta cercando di capire se il suo modo di crescere è legittimo.
Nel nostro immaginario collettivo la lettura è diventata una sorta di spartiacque: chi legge “in tempo” è competente, chi non lo fa rischia di essere etichettato come indietro, fragile, problematico. Questo carico simbolico non nasce dai bambini, ma dagli adulti e dal sistema che li circonda.
Il bambino lo assorbe e inizia a guardarsi con gli occhi del confronto.
Per questo, quando rispondiamo immediatamente con esercizi, rassicurazioni affrettate o spiegazioni tecniche, rischiamo di mancare il punto. In quel momento il bisogno primario non è cognitivo, ma relazionale: sapere se il legame con l’adulto è salvo, indipendentemente dalla prestazione.
Tempi scolastici e tempi di sviluppo: due logiche diverse
Uno dei nodi centrali di questo tema è la confusione tra tempi organizzativi e tempi biologici. I tempi scolastici servono a gestire gruppi, programmi, verifiche. Sono necessari a un’istituzione, ma non descrivono il funzionamento reale del cervello umano. Il neurosviluppo non procede per scadenze lineari: procede per maturazioni, accelerazioni improvvise, fasi silenziose, salti qualitativi.
In homeschooling questa discrepanza emerge con forza, soprattutto in presenza di bambini dislessici, neurodivergenti, bilingui, altamente sensibili o molto creativi. In questi casi la lettura può arrivare più tardi, ma spesso arriva con basi più solide, perché non è stata associata alla pressione o al fallimento.
La domanda educativa corretta non è “quando leggerà”, ma che tipo di lettore diventerà.
Un lettore precoce ma ansioso, o un lettore più tardivo ma libero?
Apprendere non coincide con decodificare
Un altro errore diffuso è sovrapporre la lettura all’apprendimento in senso ampio.
Ma leggere è una tecnica complessa che coinvolge specifiche funzioni cognitive; imparare, invece, è un processo molto più vasto.
Un bambino che non legge in autonomia può comunque comprendere storie articolate ascoltandole, usare un linguaggio ricco, fare collegamenti profondi, costruire ragionamenti complessi, sviluppare pensiero critico e immaginazione. In molti bambini che leggono più tardi, la comprensione precede la decodifica: il significato arriva prima del codice. Questo non è un deficit, è una traiettoria diversa.
Quando proteggiamo il pensiero, la tecnica ha spazio per emergere.
Quando sacrifichiamo il pensiero alla tecnica, impoveriamo entrambi.

Il vero rischio: interiorizzare l’idea di essere “sbagliati”
Il danno più profondo non nasce dal non leggere a una certa età, ma dal sentirsi fuori posto. Quando un bambino interiorizza l’idea di essere “meno”, anche senza che nessuno lo dica apertamente, il suo rapporto con l’apprendimento cambia radicalmente. Imparare diventa una prestazione, l’errore una minaccia, la curiosità qualcosa da controllare. Il sistema nervoso entra in difesa e la resistenza aumenta. In questo contesto, la lettura può essere rifiutata non perché impossibile, ma perché caricata di significati emotivi troppo pesanti.
La sicurezza emotiva non è un contorno dell’apprendimento: è la sua condizione di base.
Come stare nella frase, prima di risolverla
Quando un bambino dice «io non leggo», la tentazione adulta è intervenire, ma il primo gesto educativo è restare. Restare nell’ascolto, riconoscere la fatica del confronto, normalizzare la diversità dei tempi, trasmettere che il valore personale non dipende da una singola abilità. Solo dopo questo passaggio ha senso parlare di lettura in senso tecnico.
Non si tratta di minimizzare la difficoltà, ma di evitare che quella difficoltà diventi identitaria. Un bambino che sente di non rischiare il legame con l’adulto può permettersi di imparare.
Preparare il terreno: come la lettura nasce davvero
In homeschooling la lettura non si impone, si prepara. Nasce in un ambiente ricco di linguaggio, significato e relazione.
La lettura ad alta voce, anche con bambini grandi, costruisce linguaggio interno e amore per le storie. Gli audiolibri permettono l’accesso ai contenuti senza passare dalla fatica della decodifica e non sono una scorciatoia, ma un ponte culturale. La lettura nella vita quotidiana — istruzioni, giochi, ricette, messaggi — restituisce alla lettura una funzione reale, non simbolica.
Quando la lettura si lega agli interessi autentici del bambino, smette di essere una prova e diventa uno strumento, e se serve un lavoro più mirato sulla decodifica, è fondamentale che sia breve, prevedibile, neutro, privo di carica emotiva e di giudizio. La lettura non deve diventare il luogo in cui si misura il valore di una persona.
Quando la lettura è diversa: dislessia e neurodivergenza
Per alcuni bambini la lettura non è solo “più lenta”, ma strutturalmente diversa.
La dislessia non è un limite cognitivo, ma una diversa organizzazione del linguaggio scritto. In questi casi la comprensione può essere molto alta, mentre la decodifica resta faticosa.
La pressione peggiora la situazione. Gli strumenti compensativi, invece, restituiscono accesso. Audiolibri, sintesi vocale, font adatti, tempi diversi non sono concessioni: sono diritti educativi. Il sapere non passa da una sola porta, e l’intelligenza non si misura dalla velocità con cui si leggono le parole.
La fiducia come scelta educativa radicale
Fare homeschooling significa accettare una cosa difficile per gli adulti: non vedere tutto subito. Significa fidarsi di processi che hanno fasi invisibili, tempi non lineari, maturazioni silenziose.
Quando un bambino sente di non essere osservato, confrontato o misurato continuamente, molte competenze emergono con naturalezza. A volte più tardi, ma spesso in modo più stabile e duraturo.
La fiducia non è ingenuità.
È una scelta pedagogica consapevole.
Se questa frase vi tocca, fermatevi un momento anche voi.
Non per giudicarvi, ma per riconoscere la fatica di stare fuori dal modello dominante.
Non state sbagliando.
Non state rovinando vostro figlio.
State facendo una scelta complessa e controcorrente: mettere la persona prima del programma.
E il messaggio più potente che state trasmettendo ogni giorno è questo:
Puoi crescere al tuo ritmo.
Non sei rotto.
Non devi dimostrare niente.
Questa è un’eredità educativa che dura molto più a lungo di qualsiasi lettura anticipata.
