Oltre il Libro: Coltivare una vita di apprendimento
A cura di Erika Di Martino

Facendo homeschooling con i miei figli ho capito una cosa: spesso i genitori, con tutta l’amore, la buona volontà e la volontà di dare il meglio si aggrappano al libro come se fosse la risposta, il certificato di successo. “Se ha il libro, allora studia, allora va bene”, ma ho visto anche quanto questo atteggiamento possa diventare una costrizione, un limite, una freccia puntata verso l’obiettivo sbagliato.
Sempre più genitori si stanno accorgendo che qualcosa non torna: il figlio ha il libro, magari anche le ottime pagine segnate, ma manca l’esplorazione, l’emozione, l’applicazione, la relazione. Questo articolo non vuole demonizzare il libro, nemmeno per un attimo, ma ricordare che la scuola tradizionale lo ha elevato a protagonista, mentre l’apprendimento è molto più ampio.
I libri saranno sempre importanti. Non scompariranno a breve e la capacità di leggere e ragionare attraverso un libro è una competenza altamente valorizzata per una ragione, ma forse l'incapacità di digerire i libri “correttamente” non è proprio il segnale di morte della civiltà che alcuni accademici stanno proclamando. Potrebbe invece essere l’indicatore di un mondo nuovo, più coraggioso, in cui la scrittura e i libri mantengono il loro spazio, ma in cui la narrazione orale, visiva e relazionale riceve finalmente il suo giusto riconoscimento. A volte dobbiamo fallire per scoprire cosa ci appassiona davvero. Forse non tutto è perduto per questi studenti. Forse è l'inizio di una nuova storia.
Le storie cambiano la vita
Le storie, però, possono cambiare la vita. È vero che i libri, soprattutto i classici, hanno avuto un ruolo cruciale nel percorso di singole vite, nello sviluppo delle civiltà e nella trasmissione della storia. Tuttavia, per la maggior parte della storia dell’umanità, le persone hanno vissuto vite altamente produttive, piene e spesso profondamente significative senza mai prendere in mano un libro. Questo semplice fatto dovrebbe ricordarci (e a chiunque lotti con un certo "biblio-elitismo") che i libri hanno il loro posto, che non è il centro dell’universo. Possono anche essere ai margini, o addirittura inesistenti per alcune persone e va bene così.
Sapete, ci sono momenti che rispondono a domande profonde senza che ce ne rendiamo conto subito. Avevo in mente da giorni questa riflessione: “Cos’è davvero l’apprendimento autentico?” Così ho deciso di organizzare un’uscita con i miei figli. Non una lezione, non un laboratorio didattico, solo un’esperienza. Siamo andati a visitare un borgo con una vecchia ferrovia e rievocazioni storiche, pensavo potesse essere interessante.
Durante il giro sul trenino, la guida raccontava storie della Resistenza, della vita quotidiana durante la guerra, di scelte coraggiose fatte da persone comuni. Io ero affascinata, ma i bambini erano silenziosi. Per un attimo ho pensato: “Forse non stanno capendo, forse si stanno annoiando”, ma poi, durante una pausa, hanno cominciato a parlare. Hanno ricordato ogni dettaglio, discusso, fatto domande profonde. Hanno immaginato cosa avrebbero fatto loro in certe situazioni, riflettuto su libertà, paura, coraggio. Questo è apprendimento vero. Non era la lezione frontale, non era un libro di testo. Era la vita.
Era la connessione emotiva, la curiosità accesa. Era il contesto che dava senso alle informazioni.
E allora mi sono detta: dobbiamo smettere di pensare che imparare significhi solo leggere un libro o seguire un programma. L’apprendimento è ovunque, quando le esperienze parlano, quando le emozioni si attivano, quando i bambini vivono davvero ciò che imparano. Questo non vuol dire che i libri non siano importanti, ma non bastano. Serve molto di più. Serve realtà, serve coinvolgimento. Serve vita.Come coltivare uno stile di vita basato sull’apprendimento
Ci sono azioni concrete da fare:
- Ridefinisci l’idea di scuola – La scuola non è un edificio, una scrivania con un libro, un esercizio di matematica. È un atteggiamento mentale. I veri pensatori vivono nella domanda, non nella risposta.
- Mantieni semplice il ritmo quotidiano – Meno è meglio. Devi fare spazio all’apprendimento spontaneo.
- Concentrati sulle basi – Lettura e matematica. Tutto il resto può essere guidato dall’interesse.
- Impara in modo autentico – Libri sì, ma anche vita vissuta. Come mai ancora poche famiglie partecipano agli eventi in presenza?
- Dai libertà di scelta – La passione è il motore più potente.
- Imparate cose che contano – La vita reale è la vera scuola.
Un ragazzo appassionato di cavalli non ha bisogno di essere forzato a leggere enciclopedie su dinosauri. Lasciagli scegliere. Accompagna la sua passione con risorse, incontri, libri se vuole, esperienze vere. Il desiderio di sapere crescerà in modo naturale. Un genitore libero da schemi scolastici imposti può coltivare una scuola di vita: dove si legge, sì, ma si costruisce, si cucina, si parla, si esplora, si crea. Come scrive Peter Gray in Free to Learn: “I bambini sono progettati dalla natura per imparare. E imparano meglio quando lo fanno liberamente.” Una vita fatta di domande, di esperienze autentiche, di relazioni vere, vale più di mille pagine sottolineate a memoria.

Socialità, apprendimento e lezioni online.
Ho notato una tendenza crescente tra le famiglie homeschooler: pensano che stare un’ora e trenta davanti al computer (o, in alcuni casi, anche sei ore al computer, assurdo!!) con una lezione online equivalga a fare homeschooling. Vi dico la verità: no, non equivale, e può diventare un grave disservizio per i vostri figli.
Molti genitori, con buona intenzione, pensano che basti “accedere alla piattaforma” e “vista la lezione” per aver fatto scuola, ma educare non è “mettere un video e stare immobili”. Imparare non è “fare una schermata dopo l’altra”. Se l’interazione, la relazione, il movimento, lo sguardo, il corpo, la socialità restano esclusivamente digitali, perdiamo una dimensione fondamentale dell’apprendimento: l’essere con gli altri, la partecipazione attiva, il confronto vivo. La socialità non è “fare ricreazione in gruppo” soltanto. È entrare in contatto con altri corpi, voci, idee; è mettere in moto l’empatia, la cooperazione, la negoziazione, il conflitto sano. Ciò accade solo se la scelta educativa include momenti di incontro reale, non esclusivamente virtuali o individualizzati davanti a uno schermo.
Se noi mettiamo nostro figlio davanti al pc per “fare lezione” e poi lo lasciamo in solitudine, senza relazioni reali, stiamo rischiando di renderlo un osservatore passivo. E questo mina due cose fondamentali: l’apprendimento profondo e la socialità autentica.
Lezione online sì — ma integrata
Non sto dicendo che non servano lezioni online, o strumenti digitali: al contrario, possono essere preziosi, ma mettiamoli come strumenti, non come fine. La lezione online deve essere accompagnata da:
- tempi di confronto: mamma/papà o un compagno di studio che dialoga insieme dopo la lezione;
- momenti in presenza: uscite, gruppi di gioco, scambi con altre famiglie;
- attività pratiche che seguono la lezione, magari costruire, sperimentare, discutere;
- riflessione condivisa: “oggi cosa ho capito?”, “che domanda mi è rimasta?”, “posso spiegare ad un amico?”, “posso applicare questo nella vita reale?”.
Se manca questa integrazione, rischiamo di dare l’impressione che l’homeschooling sia “meno impegnativo” o “facile”: accendo un pc, ascolto, spunto un quiz, fine. È una modalità scolastica mimata, ma senza vita e la vita è ciò che vogliamo mettere al centro.
Community: il valore della rete
Molti genitori hanno timore che l’homeschooling significhi isolamento: “Oh, il mio figlio non socializza, non frequenta la classe”. Ma la vera questione non è se socializza, bensì come e con chi socializza. La ricerca ci ricorda che i bambini istruiti in casa possono avere rapporti di amicizia più profondi, interazioni con adulti diverse e opportunità di scambio che in contesti scolastici tradizionali potrebbero essere limitate. Eppure è indispensabile che queste interazioni siano concrete, pianificate, varie: gruppi di gioco, associazioni, attività sportive, laboratori, viaggi in famiglia con altre famiglie, volontariato. Una scuola di vita non si costruisce solo alla scrivania.
Nel contesto della rete EDUpar, possiamo mettere in contatto famiglie, organizzare giornate outdoor, workshop, uscite in natura, giochi cooperativi, laboratori emotivi. È possibile costruire una comunità educativa viva — e questi momenti danno senso all’apprendimento.
I pericoli del “solo schermo + solo libro”
Voglio essere molto chiara: se la vostra modalità prevalente è “pc + lezione online + libro da completare”, state correndo due rischi:
- Apprendimento disgiunto dalla vita
Senza relazione con la realtà, l’apprendimento resta astratto. I bambini e ragazzi possono diventare bravi a “fare la lezione”, ma incapaci di trasferire ciò che sanno nel mondo, incapaci di chiedersi “ma questo perché serve?”, “come lo applico?”. - Riduzione della socialità a forum e chat
Le relazioni digitali contano, ma non sostituiscono completamente il “guardarsi in faccia”, il “chiedersi aiuto”, il “giocare insieme”, il “confliggere”, il “sistemare un errore insieme”. La socialità va esercitata nel mondo, con corpi e emozioni, non solo con avatar o microfoni.
Se vogliamo un’omissione grave, è proprio questa: credere che educare significhi solo “insegnare online” o “far completare libri digitali”. Non è così. È un servizio complementare, qualcosa di più grande e vivo deve accadere.
Suggerimenti pratici: integrare vita, socialità, realtà
Ecco alcuni spunti che puoi mettere in atto subito:
- Momenti di gruppo: organizza con altre famiglie una uscita ogni 2‑3 settimane: natura, musei, laboratorio, festa creativa.
- Screen‑time con uno scopo: dopo una lezione online, fai un “check‑in” con tuo figlio: “cosa ti ha colpito?”, “facciamo insieme una mappa di ciò che hai capito?”, “possiamo raccontarlo a qualcun altro?”.
- Esperienze pratiche: se la lezione parla di geometria, usate scaffali di casa, piastrelle, disegni di pavimenti. Se l’argomento è storia, cercate un sito locale con reperti, oppure una storia di famiglia che coinvolge la memoria.
- Relazioni reali: pianifica momenti di svolta: pranzo con un’amica homeschooler, gioco in parco, laboratorio spontaneo in cooperazione.
- Limita la “sedentarietà educativa”: stabilisci un tempo massimo per lavoro allo schermo quotidiano (ad esempio 90 min) e poi passa a fare, muovere, conversare, esplorare.
- Raccontare insieme: chiedi ai tuoi figli di spiegare ciò che hanno imparato come se raccontassero a un fratellino, un nonno, un vicino. Questo attiva la riflessione e la relazione.
Quando coltiviamo un apprendimento oltre il libro, integro con vita, corpo, relazioni, stiamo facendo molto più che “insegnare una materia”. Stiamo aiutando i nostri figli a diventare:
- Persone curiose e autonome
- Persone che sanno chiedere e scegliere
- Persone che sanno relazionarsi con gli altri, cooperare, discutere, comprendere diversità
- Persone che non vedono la conoscenza come un peso da portare, ma come un’avventura da vivere
E questo ha un impatto sociale: la società di domani ha bisogno di cittadini consapevoli, non solo di “riempitori di schede”. Le famiglie che scelgono l’homeschooling con responsabilità stanno aiutando a costruire quel mondo.
È tempo di guardare oltre il libro, oltre lo schermo, oltre la “letta‑lezione‑fatta”. È tempo di abbracciare un’educazione che sia viva, relazionale, significativa, sociale. I libri rimangono importanti, ma da soli non bastano. Le lezioni online possono essere utili, ma se restano isolate rischiano di rinchiudere il bambino in un’esperienza appiattita.
Tu, genitore, hai il privilegio e la responsabilità di aprire finestre: finestre sul mondo, sulla comunità, sulla curiosità, sul dialogo. Non serve essere perfetti. Serve essere presenti, disponibili, creativi. Il nostro messaggio – attraverso EDUpar e EDUlearn – è chiaro: facciamo spazio. Non ti dico cosa fare, ma ti mostro che puoi farlo.
