educare senza punire

Al parco giochi del quartiere ascolto i genitori che raccontano le proprie vicissitudini con i figli, quasi fosse un rito di passaggio: “L’ho chiuso in camera, gli ho tolto la televisione e i dolci, non la faccio uscire per una settimana, la obbligo a studiare tutto il weekend senza vedere gli amici”.

Comprendo la difficoltà che hanno molti genitori ad immaginare un’educazione che non utilizzi alcuna minaccia o punizione. Soprattutto quando il loro desiderio è di avere in casa dei giovani di buone maniere, assennati e sereni. Infatti, la società, si ostina a pensare proprio l’opposto, ovvero che a non punire, si avranno dei piccoli selvaggi e irriverenti, incapaci di distinguere il bene dal male.

L’azione di controllare, forzatamente, il comportamento di un altro individuo, non insegna ai bambini ad avere un comportamento più desiderabile. Al contrario, è più probabile che li porti a nascondersi, ad agire segretamente per non essere colti in flagrante, in altre parole a prendere le distanze. Sicuramente non pone le basi di una sana relazione.

Gli esseri umani, grandi e piccoli, sono spesso travolti dalle proprie emozioni e non posseggono la capacità di esprimerle con empatia e dignità. Si “scaldano” e assumono un comportamento irrazionale. Specialmente noi genitori ci sentiamo frustrati e fallimentari quando agiamo “male” in certe situazioni. Possiamo però allenarci ad avere reazioni diverse, ricche di empatia, e possiamo coinvolgere i nostri figli in questo processo.

Il concetto della punizione in famiglia crea una dualità in contrapposizione: genitori contro bambini. Al contrario, quello che dovremmo comunicare, è che genitori e figli sono parte della stessa squadra: insieme proseguono in un cammino di crescita e benessere psicofisico.

Quando si parla di “genitorialità ad alto contatto” si parla di genitorialità senza punizioni, non senza regole.

Le regole, o meglio i principi, sono il modo in cui i bambini comprendono come comportarsi in casa e in società, esse promuovono l’apprendimento, sono un elemento positivo della nostra vita.

Alcuni dei principi della nostra famiglia includono:

  • essere generosi e condividere con gli altri ciò che si possiede
  • parlare e agire nel rispetto delle persone che ci circondano
  • non far male ad altri e aiutare coloro che sono in difficoltà.

Questo non significa che non ci siano discussioni per decidere chi prende l’ultima fetta di torta (con cinque figli, questa scena è all’ordine del giorno), oppure che dialoghiamo sempre in maniera perfetta. La vita è fatta di alti e bassi, ma manteniamo la volontà di aiutarci a migliorare, reciprocamente, per il bene di tutti.

Quando uno di noi sbaglia, lo diciamo apertamente, e la persona in questione si ferma e riformula la propria frase, oppure chiede scusa o ancora interrompe l’azione in atto. E’ importante ricordare che alla base di una buona comunicazione vi è un tono tranquillo e un linguaggio corporeo inclusivo.

Il 60 per cento di tutte le comunicazioni umane è dato dal linguaggio del corpo (non verbale), mentre il 30 per cento è nel tono. Vale a dire che il 90 per cento di quello che si comunica non esce dalla nostra bocca.

Utilizzare questi strumenti, indipendentemente dall’età e dal ruolo, permette di avere una famiglia dove tutti possono sia educare che essere educati, in maniera collaborativa.

Invece di punire possiamo fare loro da guida.
Prendete il tempo per mostrare ai vostri figli una strada migliore da percorrere insieme.

Coinvolgeteli, spiegate e fate loro delle domande. La disciplina si basa sull’accompagnamento. Talvolta è un processo difficile e stressante, non fatevi spaventare da questo.

E’ più importante essere presenti con costanza e rimettersi in gioco ogni volta, piuttosto che essere sempre perfetti.
Nel guidare i vostri figli con un approccio attento e rispettoso, vi renderete conto di quanto gentili, generosi, responsabili e brillanti essi siano.

Quindi, come agire nel momento in cui uno dei principi viene ignorato?
Nella pratica insegnate a riflettere su quelle azioni che vanno contro le regole della vostra famiglia e a chiedersi:

  • Perché ho agito in questa maniera?
  • Quale risultato mi aspettavo di raggiungere con queste parole/azioni?
  • Come posso migliorare la situazione e non fare lo stesso errore in futuro?

Questo tipo di approccio si può avere a partire dai tre anni, ovviamente all’inizio di dovrà accompagnare il ragionamento, ma, per esperienza, posso affermare che già dai sette anni (i miei hanno 2, 6, 9, 11 e 13 anni) i bambini sono capaci di perseguirlo indipendentemente.

Ci sono delle giornate in cui ci fermiamo ad analizzare questi quesiti parecchie volte. Siamo una famiglia numerosa e le dinamiche quotidiane non sono sempre impeccabili. Basta una nanna saltata, una distrazione o un atteggiamento di sufficienza per far insorgere una discussione. La presenza attenta ed oggettiva del genitore è una necessità, in questo caso. Quando osservo un figlio trattare in malo modo un fratello o un’amica cerco di chiamarlo vicino a me un momento, e gli faccio le tre domande. Talvolta inizio il discorso chiedendo: “…se qualcuno lo facesse a te, come ti sentiresti?”.

Ogni qualvolta ho l’occasione di vivere questo rituale, di ascoltare le parole dei miei figli, di vedere nei loro occhi il riflesso dell’empatia e nel loro sguardo un’introspezione profonda, sento che la genitorialità consapevole è l’unica via che potrò mai percorrere.

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