infanzia_autentica

La cultura dominante composta dai media, dal gruppo dei pari, e talvolta anche dai genitori, spingono i bambini a crescere più velocemente di quello che dovrebbero.

L’infanzia è caratterizzata dall’innocenza, dall’immaginazione e dal gioco. Purtroppo, queste tre connotazioni vengono emarginate da una società ossessionata dai reality TV, dalla produttività esasperata e da una sessualizzazione precoce.

Basta accendere la televisione, girare per i centri commerciali e ascoltare le canzoni proposte in radio per comprendere che il sistema desidera dei mini-adulti consumatori. Il marketing rivolto alla fascia d’età preadolescenziale è intriso di messaggi di violenza, sessualità e profanità: si mira a creare un senso di insoddisfazione nel bambino, un “bisogno” che può essere colmato esclusivamente con una crescita repentina, una adultizzazione dei modi, ma non della coscienza.

Gli esperti di marketing sanno fare bene il proprio mestiere, cercando di catturare i più giovani, per avere clienti fidelizzati “dalla culla alla tomba” (pensate ai pannolini con le immagini dei personaggi dei cartoni animati). Inoltre, inculcano da subito la divisione tra prodotti per maschi e femmine, e per età. La segmentazione è, infatti, un processo utile per ridurre mercati eterogenei in unità ridotte che possono essere raggiunte più efficacemente dalle strategie aziendali. Ovviamente far crescere velocemente i bambini riduce le categorie e incrementa gli introiti.

La sessualizzazione precoce danneggia psicologicamente la crescita e corrompe l’infanzia. Anche in questo caso le aziende lucrano sul desiderio dei più piccoli di essere amati e accettati, e sulla loro naturale tendenza al conformismo. Allo stesso tempo i media e videogames intrattengono i bambini con scene forti: omicidi, minacce e violenza sessuale, dando scarso rilievo alle componenti “umane”, spettacolarizzando l’evento e sottostimando le conseguenze.
Il messaggio che giunge ai bambini è che la violenza sia giusta, necessaria, accettabile: uno strumento di potere e di riscatto.

Non è solo una questione di persuasione mediatica, il problema si evidenzia anche nel vivere personale quotidiano: provate a passeggiare in un parco giochi al pomeriggio, vi troverete quasi esclusivamente bambini in età prescolare o poco più grandi.
Dove sono i ragazzini di 10, 11, 12 anni? Siamo persino arrivati a dare un nome a questo fenomeno: Indoor Generation, ma, ahimè, alla definizione non sta seguendo una proposta di soluzione.

Essi stanno facendo i compiti, sono a ripetizione, sono impegnati nelle varie attività extra curricolari pomeridiane, sono davanti a uno schermo. Tutto ciò può portare beneficio al bambino, è vero, ma può anche sottrarre tempo utile all’ozio creativo e al gioco libero. I vantaggi emotivi ed educativi dello stare all’aperto e di vivere con un’agenda priva di impegni pressanti, sono sconosciuti alle nuove generazioni (ed evidentemente anche ai loro genitori).

Non vorrei essere fraintesa: cresco i miei figli dando loro parecchie responsabilità e impegni.
Per grande parte del giorno sono affaccendati nella cura della casa, la preparazione dei pasti, coinvolti nella comunità locale e nella propria preparazione accademica (sebbene nessuno di loro cinque vada a scuola), trovo che questa routine sia alla base del crescere bambini intellettualmente e fisicamente sani. Ciò che non approvo sono le otto ore a scuola e altre tre passate a fare compiti a casa e sport obbligato (non goduto) ogni pomeriggio, sono contro i corpetti sexy e gli shorts troppo short per le ragazzine di dodici anni, non condivido che i videogames violenti vengano messi in mano ai bambini come passatempo, e che i teenager utilizzino i social media che incitano al bullismo e alla ghettizzazione dei diversi (chiamati anche esseri dotati di pensiero critico).

E’ fondamentale che noi genitori ci attiviamo per proteggere i nostri figli da questa adultizzazione precoce.
I media sono in agguato, ora anche nella tasca dei pantaloni e nella borsetta, visto l’utilizzo spropositato che facciamo degli smartphone, e non è un compito facile, ma la gestione delle conseguenze sarebbe ancora più difficile.

La nostra incuria porterebbe i nostri figli a credere che l’infanzia finisca verso gli otto o nove anni.
Ve la sentite di correre questo rischio? Io no.

Non possiamo proteggere i nostri figli dalle brutture della vita, ma possiamo proteggere la loro infanzia. A questo mondo, che crede che “buttare” i propri figli fuori dal nido familiare precocemente (pensate ai neonati che passano sei ore al nido ogni giorno) possa renderli velocemente indipendenti, proporrei di difendere la loro crescita psico-fisica tenendoli stretti, sebbene possa sembrare insensato e decisamente impopolare.

Paradossalmente credo che per rendere un bambino indipendente bisogna prima renderlo sicuro, e la sicurezza è fatta di conforto e rassicurazione. Diamo loro il tempo, lo spazio e una casa in cui rimanere bambini fino a quando ne hanno bisogno, per esperienza posso garantire che questo li aiuterà a maturare più velocemente, quando sarà il momento giusto.

Avere un’infanzia autentica è la migliore premessa per una sana vita adulta.

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